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Dietro le quinte >> La Vena Fredda
 
21/05/2015 09:29

C’è un momento in cui nulla è chiaro, niente è più visibile, il freddo permea gli strati dell’abbigliamento e scuote le ossa dall’interno. Il fascio luminoso della lampada frontale rimane congelato a mezz’aria, illuminando a fatica il sacco a pelo legato al manubrio. La coltre di neve si è fatta così alta da rendere il passo ancor più pesante. A volte sprofondiamo oltre il ginocchio così che la bici funge anche da stampella. Il respiro affannato risuona ritmato in quella specie di scafandro formato da cappuccio e mascherina. Lo scenario è irreale, sembra di essere sott’acqua, immersi nelle profondità gelide dell’Oceano Antartico. In quei momenti ti rivolgi all’unica persona che può darti retta, te stesso, spronando le membra a non cedere sotto la spinta impetuosa delle raffiche di vento. Il corpo all’improvviso reagisce, mentre le bici cedono, inabissandosi sotto il peso dei bagagli. Spingere diventa impresa davvero ardua, conti ogni passo, al terzo ti fermi e sollevi la ruota anteriore che si pianta nella neve profonda. Le braccia si fanno pesanti, mentre le vette che prima ci guidavano diventano un bagliore lontano nella nostra memoria. Si procede senza orizzonte, senza paesaggio, oltre il valico della realtà tridimensionale, tra le pieghe di un’avventura in bianco e nero. Giorgio è venti metri avanti, si gira e mi fissa immobile. Non servono parole, è il momento. È uno di quei momenti. Entrambi lo percepiamo. Alcuni devono essere nostri per sempre, più di altri, perché sono pietre miliari che tracciano un cammino ancestrale nelle nostre menti. Non c’è fotografo, il fotografo sei tu. Sfiliamo le mani dai manicotti che coprono il manubrio e ci proteggono dal vento gelido e dalla temperatura spietata. I sottili guanti in neoprene ci permettono di avere quel minimo di sensibilità che serve per settare la macchina fotografica. L’autonomia concessa è breve: sai che presto le mani inizieranno a ghiacciare. Scuoti lo zaino per togliere la neve che lo ricopre, apri la zip con decisione, afferri la macchina fotografica, quindi sganci il treppiedi dall’altro zaino e fai per estenderlo: il ghiaccio ha saldato le parti scorrevoli e rende l’operazione più difficile e lunga del previsto. Solo pochi secondi rubati, ma si sentono tutti. Si procede senza esitazione. Cerchi l’inquadratura giusta, mentre l’obiettivo si fa sempre più bianco e le falangi delle mani si irrigidiscono. Porti le dita accartocciate vicino la bocca, cercando di riattivare la circolazione con l’alito, quindi le distendi come le ali di un rapace, poi di nuovo alla bocca. Sai che non puoi perdere il controllo, è una continua lotta contro gli elementi. Afferri il radiocomando, torni sui tuoi passi e click, il diaframma si apre e cristallizza l’attimo. Lì fuori questa è una vittoria, un istante che conta, lontano dalle classifiche, dai podi, dal pubblico. Conta per te e per nessun altro. Non è sport, è esperienza, esperienza di vita autentica a contatto con la natura. Non c’è allenamento, solo pura e semplice esperienza. Ogni volta che sei lì fuori, impari qualcosa che diventa parte di te, per sempre. Non è l’Alaska, né i freddi territori del Klondike, eppure ti senti un po’ Buck, il cane di “The Call of the Wild” che riscopre la vita inseguendo il richiamo della foresta. La Vena Fredda è tornata a pulsare.


MONTANUS